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Eventi e Rassegna stampa

CASO BATTISTI

  • da La Stampa del 31/12/2010

E' in gioco l'interesse nazionale

di CESARE MARTINETTI

La mancata estradizione di Cesare Battisti dal Brasile non sarebbe soltanto una sconfitta diplomatica per l’Italia, ma il certificato simbolico della debolezza costituzionale di un Paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.

Il forcing scatenato nelle ultime ore della sera e nel corso di questa notte tra Roma e Brasilia, tra il nostro governo e la presidenza della Repubblica federativa, quale che ne sia la conclusione non cancella l’immagine di un Paese abituato a cavarsela con la furbizia, a strappare arrangiamenti, a rendersi concavo con gli interlocutori convessi e convesso con i concavi, ma che quando si arriva al dunque non sa comunicare agli altri le ragioni del suo essere nazione perché non ha una storia condivisa nel profondo, ma in oscillazione perenne tra la retorica e l’opportunismo.

E tutto ciò, sia chiaro, vale per la destra oggi al governo e per la sinistra che pure al governo c’è stata.

La battaglia diplomatica per riavere l’ex terrorista (un criminale comune transitato alla sovversione politica, assassino riconosciuto in ogni grado di processo) trent’anni dopo la sua fuga dall’Italia era difficile, probabilmente impossibile. Ma in ogni partita, oltre al risultato, conta come si gioca e la consapevolezza della posta in gioco, in questo caso la legittimità del nostro sistema giudiziario che nei riguardi del terrorismo è parte stessa della nostra storia. Insomma, c’era e c’è in gioco l’interesse nazionale. Ed è proprio quel che non si è visto affermato da noi se non all’ultima ora, con un’accelerazione di toni allorché la sconfitta della causa sembrava vicina. Ma quando il presidente del Brasile Inácio Lula è venuto in visita in Italia abbiamo assistito allo spot del presidente del Consiglio Berlusconi che esibiva i giocatori brasiliani del suo Milan e abbiamo saputo che l’argomento Battisti non era nemmeno stato affrontato nei colloqui. E d’altra parte neppure Massimo D’Alema (era stato lui stesso a confermarlo) aveva affrontato la questione nel suo incontro con l’ex leader della sinistra sindacale brasiliana divenuto Presidente.

E così Lula e la più alta magistratura brasiliana - salvo ripensamenti dell’ultima ora - non hanno fatto altro che dar seguito a un sentimento comune, affermatosi a Parigi, trasmesso in Brasile e riverberato tale e quale da media e opinione pubblica sudamericana. Dagli aneddotici caffè della Rive Gauche all’esotica spiaggia di Copacabana è passato il messaggio di un criminale più forte di quello di un Paese che doveva invece esigere il rispetto di un sentenza nel nome della sua storia e dei suoi cittadini. Melodrammatico e velleitario appare ora l’appello del ministro La Russa al boicottaggio dei prodotti brasiliani. Il Brasile è un grande Paese in piena espansione economica, destinato a guidare il Sud del mondo con Cina e India in un futuro prossimo. E Lula di questo Paese è stato un leader pragmatico, per nulla incline a sentimentalismi o a nostalgie pseudo-rivoluzionarie. Il fatto che proprio lui ora, seguendo le indicazioni dell’Avvocatura di Stato, possa accordare lo statuto di rifugiato politico a Battisti perché in Italia rischierebbe l’incolumità è una lezione inaccettabile e paradossale considerato anche lo stato delle carceri brasiliane.

D’altra parte l’equivoco ha radici lontane, almeno dalla metà degli Anni Ottanta quando Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, concordò con il presidente socialista francese François Mitterrand un accomodamento della situazione dei rifugiati italiani: Parigi avrebbe restituito solo i colpevoli dei «crimini di sangue» e tollerato gli altri purché deponessero armi, propositi rivoluzionari e vivessero alla luce del sole. In realtà, come ci raccontò anni dopo Gilles Martinet, allora ambasciatore francese a Roma, Craxi voleva evitare l’imbarazzo di gestire il rientro di ingombranti personaggi, a cominciare da Toni Negri. Il «florentin» Mitterrand cavalcò la faccenda con cinismo e ipocrisia. Nacque la «dottrina» intestata a suo nome che consisteva nel respingere ogni richiesta di estradizione, anche quelle per «crimini di sangue». Si installò allora tra gli intellettuali e l’opinione pubblica francese il mito dei sovversivi italiani rifugiati nella patria dei diritti civili e braccati da uno Stato corrotto, mafioso e sostanzialmente rimasto fascista nel profondo. Nessuno ha mai spiegato ai francesi che cosa erano stati gli anni di piombo in Italia e come se ne era usciti, in un concorso di solidarietà nazionale che aveva unito il Paese.

Cesare Battisti è divenuto il prototipo perfetto del cliché: sottoproletario, criminale comune politicizzato, sovversivo dichiarato, evaso dalle carceri «speciali» e infine scrittore di «polar», il genere più sociale e, naturalmente, «maledetto». Arrivato a Parigi nell’89 e subito arrestato, non fu estradato per un vizio di forma. Ma allora il governo italiano non insistette più di tanto. Fino al 2002, quando fu un guardasigilli impolitico come il leghista Castelli a concordare con il collega Perben, per la prima volta dopo tanti anni la lista dei rifugiati da estradare: colpo di spugna sugli altri, ma rientro per una dozzina di assassini condannati. Tra loro Battisti.

Il suo arresto, nel 2004, ha sollevato il caso. Una mobilitazione di intellettuali e politici, un dibattito falso e ridicolo, nessuno che sapesse niente dell’Italia e di cosa era stato il terrorismo, un giornale come l’Humanité arrivò a scrivere che Battisti era stato condannato da un tribunale militare senza diritto alla difesa, scambiando il nostro Paese per il Cile di Pinochet. E pensare che la Francia ha annientato fisicamente i propri, scarsi, terroristi condannati essi sì da un tribunale speciale sull’accusa di una procura speciale. Anche in questo caso la République ha dato lezioni di cinismo e ipocrisia: Battisti è stato dichiarato estradabile dai giudici, ma quando il governo stava per emettere il decreto di rinvio all’Italia l’ex terrorista è stato graziosamente aiutato a fuggire. Gli uomini dei servizi - è stato lui stesso a raccontarlo - gli hanno fornito due passaporti e consigliato il Brasile. Da Mitterrand a Lula, passando per Sarkozy che per opportunismo ha preferito evitare uno scontro frontale con gli amici della sua bella moglie così sensibile all’esprit dei rifugiati. Le buone e civili ragioni dell’Italia non gliele ha spiegate nessuno.


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